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TESTIMONIANZE

 

» Il mio passaporto di che rosso è?

 

L’assessore romano alla scuola Laura Marsilio, in visita ad una scuola elementare, ha dichiarato che i bambini nati in Italia da genitori stranieri non sono realmente Italiani.

A me, sinceramente, è salita un attimo di ansia identitaria. Un genitore italiano basta per essere italiana? Qui c’è poco da scherzare. Qui si parla di me, della mia appartenenza. Qui, se si comincia a misurare l'italianità a seconda dei genitori, potrei avere dei problemi pure io. Perché non solo mio padre non è italiano ma io non sono neppure nata in Italia. Però ci ho vissuto 20 anni – vale? Quanti punti ho nella scala da 0 a 100 dell'italianità pura? L'assessore Marsilio dice che i figli di stranieri in Italia sono stranieri. Mi sono guardata allo specchio e ho pensato – oddio, parlava di me?

 

Poi, però, ho tirato un sospiro di sollievo. Io non sono di origine straniera straniera. Lo sono solo un pochino, sono solo un pochino straniera, perché mio padre non è Straniero ma straniero, un gioco di maiuscole e minuscole che può cambiare tutta una vita. Del resto l’Inghilterra non è veramente ‘straniera’. Certo è più lontana dall’Italia della Tunisia o dell’Albania però non è straniera straniera. Infatti io ne ho pagato le conseguenze. A me a scuola nessuno poneva domande esotiche e favolose sulle mie origini – non ero molto interessante, e a parte qualche domanda d’aiuto durante i compiti in classe d’Inglese, la mia origine straniera era ignorata. Mi rendeva molto più esotica il fatto che non avessi la televisione a casa. In tutte le altre cose, io, ero italiana. Ma in che modo?

 

In che modo io sono italiana più dei bambini delle elementari incontrati dalla Marsilio? Come si misura l’italianità? Dall’ “aria che si respira in casa”, rispondono sia la Marsilio che la preside della scuola elementare. Ed ecco che scattano di nuovo in me dubbi d'appartenenza. Come si misura l’aria che si respira a casa? In quale percentuale deve essere italiana l’aria respirata per mettere in circolo nel corpo l’essenza dell’italianità? Perché io son cresciuta in una casa un po’ stramba, e non sono sicura se l’aria che ho respirato negli ultimi 25 anni si possa considerare ‘italiana’. Esiste un rilevamento scientifico? Un rilevatore di qualità offerto dal Ministero dell’Interno per misurare in modo quantitativo di che nazionalità sia l’aria di una casa? Quanti punti mi toglie nella scala d'italianità il fatto che tra le mura della casa della mia infanzia non circolasse solo l’italiano? Del resto ora l’inglese va di moda, ma sicuramente i signori misuratori d’identità converranno che la popolarità dell’inglese è solo il risultato di giochi di potere e moderno colonialismo linguistico e che quindi il fatto che questa lingua contaminasse l’aria della mia casa debba togliere molti punti alla misura della mia italianità. O siamo così meschini che chiudiamo un occhio quando la lingua altra che contamina la nostra è quella del più forte, del colonizzatore? Certo che no.

 

Quanti punti toglie alla mia italianità il fatto che tornassi ogni anno, per tutta la mia infanzia ed adolescenza, al mio paese d’origine? Perché, se ho capito bene, è così che dovrei considerare l'Inghilterra. Così vale per i bambini in fila per entrare in classe che ha incontrato la Marsilio, quindi immagino valga così anche per me. Poco importa se i miei mi han portato via dal mio paese natale che avevo 3 settimane, se ho frequentato l’asilo, la materna, le elementari, le medie, le superiori in Italia, se i miei ‘ritorni’ all’isola britannica li ho sempre considerati vacanza. Poco importa se in Inghilterra sorridevano al mio accento italiano e se sono sempre stata vista dai miei parenti là come la nipote italiana. Secondo le leggi astratte delle appartenenze, un bimbo con genitori marocchini portato in Italia a tre settimane d’età è marocchino e quando e se torna in Marocco d’estate torna ‘al suo paese d’origine’. Questo, a rigor di logica, dovrebbe valere anche per me.

 

Quanti punti di italianità mi dà il fatto che a casa mia si festeggi il Natale con i tortellini? Ma quanti punti poi mi toglie il fatto che attorno al tavolo del pranzo di Natale ci sia seduto non solo un  Inglese, mio padre, ma pure un Cinese, mio zio, il marito di mia zia, la sorella di mia madre? Certo l’aria che respiro fin da bambina non si può definire esattamente italiana. O forse sì? Del resto mentre si mangia si parla solo italiano perché questa è la lingua che tutti capiamo, e mio zio è in realtà cittadino italiano. Dal punto di vista burocratico, l’unico straniero a quel tavolo è mio padre. Che però mangia più tortellini di mia madre (cittadina italiana con genitori italiani e nonni italiani). Mi confondo sempre, quando si utilizza la parola cultura – cosa si intende per ‘cultura italiana’? Cantare l’inno? Essere bianchi? Andare in chiesa? Parlare italiano? Pagare le tasse? Non pagarle? Avere la madre casalinga? Avere la madre lavoratrice? Essere cattolici o almeno cristiani o a seconda del momento storico pure ebrei o pure atei ma comunque non musulmani? Essere italiani vuol dire non essere musulmani? Mangiare i tortellini vale? Essere precari? Mammoni? Mafiosi?

 

Sicuramente la cittadinanza non basta. La Marsilio non parla della cittadinanza dei bambini in fila fuori dalle elementari ma della loro 'cultura', della loro 'origine' –e probabilmente la sua scelta è stata azzeccata, avrebbe potuto creare delle incomprensioni se avesse parlato solo di bambini non cittadini italiani. Perché alcuni di quei bambini in fila per entrare in classe, etichettati dalla Marsilio come ‘stranieri’, probabilmente sono effettivamente cittadini italiani, figli di cittadini italiani. Per evitare disguidi, per evitare che questi bambini, cittadini italiani, si sentissero in un qualche modo esclusi dal suo discorso e non si sentissero abbastanza stranieri, la Marsilio ha sottolineato che “non è solo un fatto anagrafico, ma un fatto di cultura”. E ha ragione, la signora Marsilio, a dirlo a bambini di 6 anni, nei primi giorni di inserimento a scuola: che sia ben chiaro, nelle loro teste, che sono diversi da tutti gli altri. Nel caso in cui si confondessero o solo provassero un sentimento di appartenenza al Paese, alla città, alla scuola, al quartiere, le cose sono da subito messe in chiaro. E’ evidente dunque che anche la mia cittadinanza non basta come sicurezza, come prova della mia italianità – il discorso della Marsilio suggerisce che ci sono cittadini più cittadini di altri, più italiani di altri, con il passaporto più rosso degli altri. Date le mie circostanze, il mio passaporto di che rosso è?

 

Se alcuni di quei bambini ‘stranieri’ della scuola elementare erano cittadini italiani, altri non lo erano, perché i loro genitori non possiedono la cittadinanza. Come mio padre, del resto. Che cosa, dunque, mi rende più italiana di questi bambini? Forse il fatto di non dover fare la fila periodicamente in questura per richiedere il permesso di soggiornare un altro anno nella mia casa, nella mia città, nel Paese in cui sono cresciuta? Forse il fatto che, quando ho compiuto diciotto anni, non ho dovuto presentare una motivazione ‘valida’ per rimanere in Italia e non rischiare di diventare clandestina? Ma questa non è una questione di ‘cultura’, questa differenza tra me e quei bambini dipende solo dal fatto che possiedo i documenti giusti, che mi è andata bene con la burocrazia. E, se qui quello che conta e’ la cultura e non la burocrazia, l’appartenenza e non l’anagrafe, cosa mi rende, realmente, più italiana di una ragazza arrivata a tre settimane d'età dal Marocco? O da un ragazzo nato in Italia da genitori che un tempo vivevano in Tunisia?

 

Certo, qualcuno potrebbe dirmi che la mia 'origine' è più 'europea' della loro. Quando si parla di “aria italiana respirata in casa” però, siamo veramente sicuri che l’aria inglese si avvicini di più all’aria italiana rispetto all' ‘aria albanese’, all' ‘aria marocchina’, all’ ‘aria cinese’? L’aria marocchina respirata in casa da bambini figli di Marocchini ‘inquina’ l’aria italiana che i bambini respirano più dell’aria inglese, americana, austriaca, svizzera respirata da bambini figli di inglesi, americani, austriaci, svizzeri che nascono e crescono in Italia? Forse il Ministero dell'Interno dovrebbe veramente distribuire degli efficaci rilevatori della qualità dell’aria ad ogni casa, roulotte, tenda in Italia. Così tutti potremmo dormire sonni più tranquilli. Perché finalmente sapremmo esattamente chi è italiano puro e chi no, chi è italiano solo per un terzo, chi per quattro quinti, chi per sette noni.

 

Alice E. - che ci regala questo racconto personale, ed  una ragazza che vive a Ferrara

 

 

» Una storia come tante: quando la cittadinanza è negata per un bicchiere di troppo (27 Luglio 2011  www.yallaitalia.it)

 

 

Ottenere la cittadinanza in Italia non è propriamente cosa facile.
I requisiti richiesti non includono solo 10 anni di residenza ininterrotta nel paese, ma anche determinati criteri economici.
Spesso chi culturalmente si sente realmente italiano (perché arrivato qui da piccolissimo e per aver frequentato le scuole italiane) deve fare il doppio della fatica per ottenere la cittadinanza rispetto a chi la acquisisce di "riflesso", usufruendo di un antenato o di un coniuge italiano, pur avendo sempre vissuto fuori dall'Italia o addirittura pur non conoscendo la lingua.

Poi ci sono anche paradossi legati alle singole storie.
Una per tutte la storia di Sumaya Abdel Qader, ex redattrice di Yalla Italia che ha solo da poco ottenuto la cittadinanza, e soprattutto dopo un lungo travaglio.
Ma c'è anche il caso di Hamid, che probabilmente è destinato a fare giurisprudenza.
Operaio metalmeccanico, vive a Trento da 22 anni con la moglie e i tre figli, nati e cresciuti in Italia, ma ancora considerati per status giuridico stranieri. Nel 2000 si è visto respingere l’istanza di naturalizzazione in quanto “ non ritenuto adeguatamente integrato nella comunità nazionale”. Il Ministero dell’Interno ha negato all’immigrato la cittadinanza in quanto nel 1995, fermato dalle forze dell’ordine per guida in stato d’ebrezza, è stato condannato a 5 giorni di arresto, sostituiti poi dal pagamento di un’ammenda. 

Hamid Hammoudi è uno dei tanti immigrati che vivono nel nostro Paese da molti anni scontrandosi quotidianamente con una burocrazia rigida, in questo caso assurda. Guidare dopo aver bevuto alcolici è di certo una condanna grave ma a questo punto forse il vero problema è che Hamid era eccessivamente integrato nei costumi locali…ogni anno ci sono oltre mille trentini che vengono condannati per la stessa violazione. Dovremmo ritenerli “non adeguatamente integrati” e togliere loro la cittadinanza?
Il caso di Hamid è solo uno dei molti esempi in cui la burocrazia italiana si dimostra paradossale e contradditoria. L’iter da seguire per il rinnovo dei permessi o per le richieste di cittadinanza è diventato per molti degli immigrati oggi residenti nel nostro Paese un labirinto da cui non si riesce ad uscire. Hamid c’è riuscito grazie ad una grande forza e convinzione che l’hanno portato a non arrendersi per ciò che è a tutti gli effetti, un suo diritto.
Queste le tappe della sua ostinata battaglia: Hamid presenta ricorso al Tribunale di giustizia amministrativa del Trentino Alto Adige. Il ricorso viene respinto per “l'insufficiente dimostrazione dell'intento del ricorrente di sottomettersi all'ordinamento nazionale e di adeguarsi alle regole della comunità italiana”.
Hammoudi e il suo avvocato non demordono. Nel 2006 presentano nuovamente ricorso, questa volta al Consiglio di Stato, che ribalta la decisione precedente, affermando che gli elementi esaminati nel decidere il diniego dell’istanza non sono sufficienti. Quindi la condanna del 1995 non costituisce un motivo valido per negare la cittadinanza italiana ad un cittadino straniero, in quanto non dimostra, di per sé, la non integrazione del soggetto nella comunità nazionale.
Dopo molti anni di paziente attesa Hamid è stato finalmente riconosciuto cittadino italiano ed ha avuto anche un’altra piccola soddisfazione: sarà il Ministero dell’Interno a pagare le spese processuali. 


Joudè Layla


 

» Lamia Zilaf, 11 anni (per gentile concessione di Giuseppe Caliceti, autore de Italiani per esempio)

 

Oggi vi racconto la mia piccola storia: mi chiamo Lamiaa ho 11anni, sono nata a Reggio Emilia e faccio la prima media. A scuola va tutto bene, stavo benissimo, vivevo felice e serena fino a due anni fa circa, quando un giorno ricevo un 10 in grammatica, ero cosi felice perché non succedeva tutti i giorni, ma il commento della maestra mi lasciò un po’ perplessa; le sue parole mi fecero riflettere sulla mia identità. Lei mi disse : “Lamiaa sei stata bravissima hai superato gli italiani!” "Che cosa?", dicevo fra me e me. "Ma io sono italiana!” Quando tornai a casa, mia mamma notò la mia rabbia: era arrivato il momento della discussione di un argomento che non avevo mai aperto prima d’ora con i miei genitori. Mia mamma in quel giorno mi disse:"Ma non c’è niente di male se ti chiamano stranièra.” Perché secondo lei non è affatto un insulto. Ma il problema non era questione di insulto, ma era da verificare se io sono stranièra o meno. E io replicai: “Mamma, ma io non mi sento stranièra, sono nata e cresciuta in Italia, io non nego le mie origini, ma casa mia è in Italia e mi sento italiana. Il Marocco lo adoro, sì, però lo sento più il paese dei miei genitori che mio, non so se mi capisci.... Non lo so, io non ci ho mai pensato prima e davo per scontato che io sono italiana!” E la discussione finì, almeno in quel giorno, con un silenzio che diceva tanto. Passa un anno, e vado alle medie, emozionata e un po’ spaventata dalle novità. Siccome mia mamma durante l’estate mi aveva insegnato un po’ di francese con la pronuncia giusta, la mia insegnante fin dalla prima lezione aveva notato questo e mi disse:"Brava, hai una bella pronuncia, da dove vieni?" E io pensai in quel momento: "Ancora? Ma cosa vuol dire da dove vengo? Da Reggio Emilia, no? Ah, forse voleva dire da dove vengono i miei genitori?". Allora ho detto:“Cara prof, i miei genitori vengono dal Marocco, e io sono nata a Reggio Emilia.” Adesso, per favore, chiariamo la faccenda: non chiamatemi mai stranièra o immigrata, a voi la scelta, potete chiamarmi italo araba, oppure italo marocchina, ma non sono affatto stranièra; i miei genitori tanti anni fa hanno scelto di immigrare e sono venuti in Italia. Ma io non ho mai immigrato, sono nata in Italia, per cui mi sento italiana, non so con quale percentuale, però lo sono, perchè lo sento dentro e lo credo. Sento come se il Marocco fosse mio papà e l’Italia mia mamma e nessuno potrebbe mai togliermi dal cuore uno dei due. Questa non è solo la mia storia, ma è la storia di tutti i bambini e i ragazzi, figli di immigrati, che sono nati in Italia e, purtroppo, riscontrano, oltre a questi stessi miei problemi, altri problemi….. Da qua, vorrei lanciare un messaggio: concedete la cittadinanza italiana a tutti i nativi, risparmiateci tutti i problemi inutili che non finiscono mai, e smettetela di farci vivere situazioni, che ci fanno sentire quello che non siamo. Lasciateci studiare e costruire il nostro futuro con serenità, e ricordatevi che italiani lo sentiamo dentro davvero.

 

» La storia di Neva, raccolta dalla rete G2

 

Sono arrivata a Roma nel 1989 il giorno del mio tredicesimo compleanno, circa venti anni fa. A Roma ho fatto la terza media, il Liceo Classico “Giulio Cesare”, l'Università “La Sapienza” (chimica), poi una borsa di collaborazione all'Università di Firenze e il Dottorato di Ricerca in Scienze del Farmaco a Chieti. In Italia, fra amici italiani, ho fatto quel percorso formativo e di crescita che ha costituito la mia persona.

Mi sono resa conto della mia differenza solo una volta finita l'Università, perchè qualsiasi cosa volessi fare, ero esclusa in base alla mia nazionalità, croata. Comunque, armata di autodeterminazione e di fiducia nel mondo tipica di quel età, ho partecipato ai concorsi di Dottorato di Ricerca in giro per l'Italia. A Firenze avevo colpito per la mia preparazione, ma i posti erano già assegnati e cosi mi avevano offerto una borsa di collaborazione. Dopo un anno ho vinto il concorso di Dottorato di Ricerca pagato all'Università di Chieti.

Sottolineo il fatto che si tratta di un Dottorato di Ricerca in una materia scientifica, il che presuppone una quotidiana presenza per svolgere il lavoro, oltre a dare il sostegno alla didattica. Durante il Dottorato comincio ad avere problemi più seri. Con l'attesa di anno in anno per il rinnovo del permesso ho difficoltà a iscrivermi e partecipare ai congressi scientifici internazionali dove si presenta il lavoro scientifico svolto e si cominciano delle collaborazioni. Superfluo dire che ne beneficieremmo tutti: io, il mio gruppo di ricerca, il

nome dell'Università italiana. Tutto questo perchè i tempi di rinnovo vanno ben oltre i 20 giorni stabiliti dalla legge. Al secondo anno ho vinto una borsa di studio europea per andare a fare una parte della mia tesi al centro supercomputazionale a Barcellona. Il limite è quello del mio permesso di soggiorno (per motivi di studio), con il quale posso trascorrere solo 90 giorni all'anno all'estero, nonostante il Dottorato prevveda la possibilità di trascorrere all'estero 18 mesi in 3 anni. Per completare il lavoro promettente, dovrò attendere un anno, correndo il rischio che il lavoro svolto non sia più innovativo e venga pubblicato da qualcun altro. Oramai chi lavora con me, sia in Italia che all'estero, comincia a rendersi conto che io non sono italiana sulla carta e lavorare con me porta a complicazioni e ostacoli. Il colmo arriva con la

fine del Dottorato. Il permesso finisce lo stesso giorno in cui finisce l'erogazione della borsa del Dottorato, il 31 di ottobre, ma l'esame finale sarà fra novembre e febbraio e sarà notificato con 15 giorni di preavviso. Nel frattempo è richiesta la mia presenza all'Università.

L'Università mi vuole fare una borsa di collaborazione, ma non può, per motivi burocratici, farla dal primo novembre e di una durata lunga. In Questura sono chiari, non c'è nulla da fare, o il contratto comincia da  novembre, o mi verrà negato il rinnovo del permesso che va fatto prima della scadenza. Se poi questo contratto è di tre mesi, è un altro problema, perchè la risposta del permesso arriverà quando questo contratto sarà già finito e quindi è altamente probabile il diniego. Penso che quello sia stato il periodo più brutto della mia vita. Realizzare di non poter finire il Dottorato, non perchè non valido, ma per motivi legislativi del paese che io considero il mio, dove sono cresciuta, dove ho tutti, tutti gli affetti. È stato il periodo in cui mi svegliavo tutti i giorni pensando di valere meno di chi mi stava intorno, visto che avevo

meno diritti, ma gli stessi doveri. Non importava quanto mi impegnassi, non importava cosa facessi, sarei stata sempre un’“extracommunitaria”. L'unica soluzione era trovare un contratto da donna delle pulizie. E così, grazie al mio contratto da colf di 20 ore settimanali, potevo continuare a fare gli esami agli studenti italiani al corso di Chimica Generale e Inorganica, mi era permesso di sostenere l'esame finale di Dottorato di Ricerca e non buttare al vento tre anni di duro lavoro. Magari un giorno ci riderò sopra, ma tuttora mi fa profonda tristezza e amarezza. Successivamente l'Università non poteva farmi il contratto (ha bandito anche

un assegno di ricerca), perchè per essere assunta dovevo avere il permesso di soggiorno e non lavorare, e a distanza di mesi il rinnovo non arrivava. Insomma, l'unico modo per fare il lavoro per cui ho studiato tanto e per avere tutti i documenti in modo duraturo e sicuro era il matrimonio. Certo, a saperlo che passavo attraverso tutto questo, mi sposavo anche prima, ma volevo tentare di fare le cose per bene e con i tempi giusti. Volevo tentare di dimostrare a me e al mio compagno che l'Italia è un paese diverso.

 

Note legislative

sono entrata regolarmente in Italia con tutta la famiglia per motivi di lavoro di mio padre. All'Università il mio permesso di soggiorno è stato cambiato da motivi familiari in motivi di studio visto che ero maggiorenne, nonostante vivessi allora ancora con i miei genitori.

non potevo avere la cosidetta “carta di soggiorno” perchè per richiederla avevo bisogno di un permesso di soggiorno per un motivo che consente un numero indeterminato di rinnovi ( famiglia, lavoro subordinato a tempo indeterminato, lavoro autonomo, asilo politico, residenza elettiva, motivi religiosi, status apolidia ). Con la carta di soggiorno sarebbe rimasto comunque il limite di 90 giorni all'anno di permanenza all'estero.

non potevo chiedere la concessione di cittadinanza per residenza in quanto solo nell'anno in cui ho lavorato per l'Universita di Firenze avevo fatto una dichiarazione dei redditi e ho pagato le tasse. Negli anni successivi percepivo una borsa di studio del Ministero della Pubblica Istruzione di circa 830 euro al mese che erano esentati dalle tasse (come tutti i dottorandi). Non avevo, dunque, negli ultimi 3 anni né Mod. 101-CUD né MOD. 730 né l'UNICO da allegare alla domanda.

Il permesso di soggiorno per motivo di ricerca scientifica è stato istituito dal 11 dicembre 2007, e comunque mi avrebbe solo permesso di rientrare in Italia per l'assegno di ricerca, perdendo però in questo modo la continuità di residenza che mi serviva per richiedere un giorno la cittadinanza italiana.

 

Aggiornamento un anno più tardi:

Ho richiesto la cittadinanza per matrimonio (l'unica che rappresenta un diritto e non una concessione) e a causa della legge sulla sicurezza di quest'estate mi è già arrivato l'avviso di rigetto della mia istanza. Mi piacerebbe trovare un solo italiano che si sente più sicuro ora che non saró a breve una cittadina italiana.